Come viene inteso il lavoro oggi?
Oggi, nel mondo della postmodernità, il lavoro è giunto alla sua estrema astrazione. Se ancora fino alla generazione dei nostri padri il lavoro comunicava almeno con la sfera politica, che gli dava un significato simbolico inserendolo in un macro-contesto ricalcando così pallidamente quello che un tempo era il dominio della religione, oggi alle nuove generazioni non è rimasto nemmeno questo, poiché il processo di precarizzazione che ha investito il mondo del lavoro nell'ultimo decennio ha definitivamente polverizzato la possibilità di parlare, prima ancora di una coscienza di classe, finanche di un “proprio” lavoro, dato che quest'ultimo cambia di continuo e non può mai essere portatore di altro significato se non quello di essere una danza macabra alla ricerca di un salario.
Nella totale interscambiabilità dei lavori, nella loro equivalenza, viene negata a priori ogni possibile affermazione positiva del lavoro. Se “ogni tipo di lavoro va bene” vuol dire che il tipo di lavoro, la sua particolarità positiva, non conta più nulla. Conta solo, appunto, il puro lavoro.
Tutto questo determina una crisi senza precedenti, perché la vita dell'uomo in questo paradigma è quasi totalmente una negazione della vita stessa, una negazione del tempo, una schiavitù di cui l'uomo non riesce ad intuire il senso nemmeno nei momenti del cosiddetto tempo libero, questo succedaneo secolare della festa, che diventa sempre più un ammazzare il tempo, un puro far niente.
Ecco che la portata emblematica della nostra epoca viene alla luce nella paradossalità della coincidenza in negativo di tempo del lavoro e tempo della festa (quelli che un tempo erano la sfera profana e la sfera sacra): nel tempo del lavoro si nega il tempo, nel tempo della festa lo si ammazza. E cioè: il tempo è sempre negato, mai affermato.
Sarebbe qui da indagare anche tutta la tematica dell'odierno disagio psicologico dell'uomo nel suo tempo libero, che ormai viene quasi vissuto come tempo peggiore del lavoro, nel quale non si sa che fare e si desidera che passi velocemente (proprio come il lavoro; la confusione fra vacanza e lavoro è ormai diventata un tema comico per eccellenza).
mercoledì 14 aprile 2010
Il lavoro positivo - lavoro e arte
Arte e lavoro: due mondi oggi completamente distinti.
Il mondo premoderno non conosceva quello che noi oggi chiamiamo l'arte, l'artista; anche in questo caso, l'idea di un'arte rigidamente separata da tutte le altre sfere dell'agire umano sarebbe sembrata un'aberrazione.
Arte in greco si diceva techne, da cui l'odierno tecnica; lo spostamento di significato che rivela l'etimologia la dice lunga sulla fragilità dei confini che dividevano arte e lavoro.
Di questo peculiare rapporto fra le due sfere oggi noi possiamo forse recuperare un'eco in una parola ormai desueta: il mestiere.
Nella parola mestiere noi esprimiamo proprio quel lavoro che confina con l'arte; proprio del mestiere è infatti di ritenere essenziale anche il momento del lavoro, il “come”, lo stile, oltre che il prodotto finito, il “cosa”, l'opera.
Il mestiere si compiace del suo lavorare: per questo lo afferma pienamente e lo considera, come la fatica artistica, pienamente valido di per se stesso.
E' lo stile, il particolare modo di cucinare ad essere il vanto del cuoco. A questo proposito è rimasto ancora oggi il detto “questa è arte” riferito a tutte quelle opere che, pur non essendo concepite per essere arte in senso stretto ma come prodotti funzionali di un lavoro, travalicano completamente nella loro perfezione questo concetto di funzionalità per abbracciare quello di finalità intrinseca proprio delle opere d'arte.
Tutte queste modalità in cui il lavoro assumeva un valore in sé e si presentava come positivo scomparvero gradualmente nella modernità, da una parte per il processo di secolarizzazione e dall'altra per il processo della specializzazione degli ambiti, che pose fine a questo interscambio fra le sfere di lavoro, arte e religione di cui abbiamo parlato a proposito del mondo antico.
Ogni ambito venne per così dire lasciato a se stesso e nei motti “l'arte per l'arte” e “il lavoro è il lavoro” si sigillarono gli antichi confini.
Il mondo premoderno non conosceva quello che noi oggi chiamiamo l'arte, l'artista; anche in questo caso, l'idea di un'arte rigidamente separata da tutte le altre sfere dell'agire umano sarebbe sembrata un'aberrazione.
Arte in greco si diceva techne, da cui l'odierno tecnica; lo spostamento di significato che rivela l'etimologia la dice lunga sulla fragilità dei confini che dividevano arte e lavoro.
Di questo peculiare rapporto fra le due sfere oggi noi possiamo forse recuperare un'eco in una parola ormai desueta: il mestiere.
Nella parola mestiere noi esprimiamo proprio quel lavoro che confina con l'arte; proprio del mestiere è infatti di ritenere essenziale anche il momento del lavoro, il “come”, lo stile, oltre che il prodotto finito, il “cosa”, l'opera.
Il mestiere si compiace del suo lavorare: per questo lo afferma pienamente e lo considera, come la fatica artistica, pienamente valido di per se stesso.
E' lo stile, il particolare modo di cucinare ad essere il vanto del cuoco. A questo proposito è rimasto ancora oggi il detto “questa è arte” riferito a tutte quelle opere che, pur non essendo concepite per essere arte in senso stretto ma come prodotti funzionali di un lavoro, travalicano completamente nella loro perfezione questo concetto di funzionalità per abbracciare quello di finalità intrinseca proprio delle opere d'arte.
Tutte queste modalità in cui il lavoro assumeva un valore in sé e si presentava come positivo scomparvero gradualmente nella modernità, da una parte per il processo di secolarizzazione e dall'altra per il processo della specializzazione degli ambiti, che pose fine a questo interscambio fra le sfere di lavoro, arte e religione di cui abbiamo parlato a proposito del mondo antico.
Ogni ambito venne per così dire lasciato a se stesso e nei motti “l'arte per l'arte” e “il lavoro è il lavoro” si sigillarono gli antichi confini.
Il lavoro positivo - lavoro e religione
Perchè il mondo premoderno intendeva il lavoro in modo diverso rispetto a quello attuale?
Oggi il significato della parola lavoro coincide con quello di lavoro negativo.
Vi sono state epoche storiche nelle quali però il lavoro era connotato diversamente, in un modo che potremmo chiamare positivo.
Questa connotazione differente era data da una triplice interazione fra le sfere del lavoro, della religione e dell'arte. Quei confini che oggi separano così ermeticamente questi ambiti, un tempo erano più vaghi e permeabili, tanto che l'autonomia di ogni sfera si fondava solo sulla contaminazione con le altre due.
L'idea di lavoro del mondo premoderno quindi non coincideva assolutamente con il concetto di puro lavoro; questo modo di concepirlo sarebbe apparso come un'astrazione insensata.
Il mondo premoderno infatti era profondamente modellato da una concezione religiosa dell'esistenza in tutti i suoi aspetti. Il tempo quotidiano profano non era l'unica modalità temporale conosciuta dagli antichi; essi conoscevano anche il tempo sacro e nella loro esperienza generale del tempo questi due aspetti non erano rigidamente contrapposti ma interconnessi, orientati l'uno sull'altro.
Poiché la concezione del tempo e quella del lavoro sono legate indissolubilmente, essendo la seconda un calco della prima, se nella società moderna al concetto di puro lavoro corrisponde un monopolio totale dell'aspetto profano del tempo, nella società antica, in linea con una concezione del tempo dualistica e non più univoca (tempo sacro-tempo profano), ci troveremo di fronte a una concezione religiosa del lavoro.
Questo significa che il lavoro, pur facendo parte del tempo profano, era come questo interpretato e orientato sul piano del tempo sacro.
Il lavoro quindi, assumendo una funzione quasi rituale, non era mero tempo strumentale da negare perchè privo di alcun valore, ma era significativo in se stesso, poiché si inseriva nell'edificio concettuale religioso assumendo la funzione di simbolo evocatore di miti.
Casi esemplari a questo titolo sono tutti i riti connessi all'agricoltura (pensiamo ai riti della fertilità); da questi è facile comprendere come tutto il lavoro contadino era interamente sussunto sul piano religioso e assumeva valore rituale. Questo tipo di lavoro, essendo caratterizzato non più dalla negazione del tempo, ma all'opposto dalla sua piena affermazione, si può definire quindi positivo, poiché in esso non si concepisce il tempo del lavoro come privo di valore, come uno strumento, ma come avente valore di per sé stesso.
Nel primo caso il tempo del lavoro deve durare il meno possibile, meglio sarebbe se si eliminasse del tutto; nel secondo caso esso deve durare “il suo tempo”, perchè esso è pienamente voluto in quanto simbolo del tempo sacro.
Ma nel mondo antico vi è un'altra sfera, anch'essa già da sempre cooriginaria a quella religiosa, che si sovrapponeva e si confondeva con quella del lavoro: il mondo dell'arte.
Oggi il significato della parola lavoro coincide con quello di lavoro negativo.
Vi sono state epoche storiche nelle quali però il lavoro era connotato diversamente, in un modo che potremmo chiamare positivo.
Questa connotazione differente era data da una triplice interazione fra le sfere del lavoro, della religione e dell'arte. Quei confini che oggi separano così ermeticamente questi ambiti, un tempo erano più vaghi e permeabili, tanto che l'autonomia di ogni sfera si fondava solo sulla contaminazione con le altre due.
L'idea di lavoro del mondo premoderno quindi non coincideva assolutamente con il concetto di puro lavoro; questo modo di concepirlo sarebbe apparso come un'astrazione insensata.
Il mondo premoderno infatti era profondamente modellato da una concezione religiosa dell'esistenza in tutti i suoi aspetti. Il tempo quotidiano profano non era l'unica modalità temporale conosciuta dagli antichi; essi conoscevano anche il tempo sacro e nella loro esperienza generale del tempo questi due aspetti non erano rigidamente contrapposti ma interconnessi, orientati l'uno sull'altro.
Poiché la concezione del tempo e quella del lavoro sono legate indissolubilmente, essendo la seconda un calco della prima, se nella società moderna al concetto di puro lavoro corrisponde un monopolio totale dell'aspetto profano del tempo, nella società antica, in linea con una concezione del tempo dualistica e non più univoca (tempo sacro-tempo profano), ci troveremo di fronte a una concezione religiosa del lavoro.
Questo significa che il lavoro, pur facendo parte del tempo profano, era come questo interpretato e orientato sul piano del tempo sacro.
Il lavoro quindi, assumendo una funzione quasi rituale, non era mero tempo strumentale da negare perchè privo di alcun valore, ma era significativo in se stesso, poiché si inseriva nell'edificio concettuale religioso assumendo la funzione di simbolo evocatore di miti.
Casi esemplari a questo titolo sono tutti i riti connessi all'agricoltura (pensiamo ai riti della fertilità); da questi è facile comprendere come tutto il lavoro contadino era interamente sussunto sul piano religioso e assumeva valore rituale. Questo tipo di lavoro, essendo caratterizzato non più dalla negazione del tempo, ma all'opposto dalla sua piena affermazione, si può definire quindi positivo, poiché in esso non si concepisce il tempo del lavoro come privo di valore, come uno strumento, ma come avente valore di per sé stesso.
Nel primo caso il tempo del lavoro deve durare il meno possibile, meglio sarebbe se si eliminasse del tutto; nel secondo caso esso deve durare “il suo tempo”, perchè esso è pienamente voluto in quanto simbolo del tempo sacro.
Ma nel mondo antico vi è un'altra sfera, anch'essa già da sempre cooriginaria a quella religiosa, che si sovrapponeva e si confondeva con quella del lavoro: il mondo dell'arte.
Il lavoro positivo - cosa significa?
La società moderna fino ad oggi è stata caratterizzata, parallelamente al suo progressivo fondarsi su un'economia capitalista, da una concezione negativa del lavoro.
Per lavoro negativo si intende quel tipo di lavoro che si concepisce come puro lavoro, mero mezzo per procacciarsi il salario. In quanto puro tempo di mezzo, il lavoro nega il mio tempo e lo nega nella misura in cui il tempo del lavoro è il mio proprio tempo che io sottraggo da me stesso per asservirlo a un qualunque altro fine.
Il lavoro diventa così quella parte della vita che non si spende per vivere propriamente, ma si spende in vista del vivere, per poi vivere. La vita giace, in questo tempo di mezzo, come quasi morta, in una sorta di stand-by.
Questo tipo di lavoro quindi è negativo perchè è negativo il modo in cui raggiunge il suo obiettivo: attraverso il sacrificio del tempo, sacrificio della vita presente in vista della vita futura. Il lavoro negativo è anzi in tutti i suoi aspetti un sacrificio profano: si uccide, si nega qualcosa affinchè qualcos'altro si possa affermare.
Per lavoro negativo si intende quel tipo di lavoro che si concepisce come puro lavoro, mero mezzo per procacciarsi il salario. In quanto puro tempo di mezzo, il lavoro nega il mio tempo e lo nega nella misura in cui il tempo del lavoro è il mio proprio tempo che io sottraggo da me stesso per asservirlo a un qualunque altro fine.
Il lavoro diventa così quella parte della vita che non si spende per vivere propriamente, ma si spende in vista del vivere, per poi vivere. La vita giace, in questo tempo di mezzo, come quasi morta, in una sorta di stand-by.
Questo tipo di lavoro quindi è negativo perchè è negativo il modo in cui raggiunge il suo obiettivo: attraverso il sacrificio del tempo, sacrificio della vita presente in vista della vita futura. Il lavoro negativo è anzi in tutti i suoi aspetti un sacrificio profano: si uccide, si nega qualcosa affinchè qualcos'altro si possa affermare.
martedì 30 marzo 2010
Quanta superficie dovremmo ricoprire di pannelli?
Avete mai pensato a quanta superficie si dovrebbe ricoprire di pannelli fotovoltaici per raggiungere il fabbisogno energetico Italiano?
Tenterò un semplice calcolo, giusto per dare un'idea:
I dati in Wh (wattora) corrispondono all'energia calcolata in un anno.
- Poniamo un (abbondante) consumo in Italia, uguale a 360 000 GWh = 360 000 000 MWh;
- Sappiamo che la superficie media occupata da un impianto da 1 kWp è di 10 mq. Ho scelto 10 mq facendo una media tra i campi solari (grossomodo 12 mq per via delle distanze da mantenere a causa dell'ombreggiamento) e gli impianti sui tetti (8 mq poichè non si conta l'ombreggiamento per via dell'inclinazione del tetto);
Un impianto da 1 kWp produce in media in Italia 1,5 MWh (1,2 nel Nord Italia e 1,8/1,9 MWh nel sud Italia);
Servono, quindi, 240 000 000 impianti da 1 kWp installati in Italia per raggiungere i consumi stimati in Italia. (360 000 000 MWh/ 1,5 MWh);
Moltiplicati ciascuno per 10 mq otteniamo la superficie necessaria = 2 400 000 000 mq = 2 400 kmq;
La superficie dell'Italia è uguale a (301 338 kmq - 7 232, 112 kmq (2,4 % acque)) 294 105,888 kmq;
Con una semplice proporzione troviamo la percentuale di superficie del territorio italiano necessario per soddisfare il nostro fabbisogno energetico con il fotovoltaico:
(2 400 kmq x 100) / 294 195,888 = 0,81% ;
Conclusione:
Se ricoprissimo circa lo 0,81 % della superficie dell'Italia di pannelli fotovoltaici saremmo completamente autonomi energeticamente.
Considerazioni:
E se calcolassimo solo 8 mq/kWp supponendo di ricoprire solo tetti? Basterebbe lo 0,65% della superficie totale;
Il calcolo tiene conto soltanto del solare come fonte di energia: i calcoli si ridurrebbero notevolmente se contassimo il contributo dell'eolico e altre fonti rinnovabili;
Un' altra "fonte" di energia, indiscutibilmente la più pulita, è il risparmio energetico: una fonte di energia sostenibile ed un consumo responsabile sono la combinazione perfetta per abbattere ulteriormente i dati sopra espressi;
Tenterò un semplice calcolo, giusto per dare un'idea:
I dati in Wh (wattora) corrispondono all'energia calcolata in un anno.
- Poniamo un (abbondante) consumo in Italia, uguale a 360 000 GWh = 360 000 000 MWh;
- Sappiamo che la superficie media occupata da un impianto da 1 kWp è di 10 mq. Ho scelto 10 mq facendo una media tra i campi solari (grossomodo 12 mq per via delle distanze da mantenere a causa dell'ombreggiamento) e gli impianti sui tetti (8 mq poichè non si conta l'ombreggiamento per via dell'inclinazione del tetto);
Un impianto da 1 kWp produce in media in Italia 1,5 MWh (1,2 nel Nord Italia e 1,8/1,9 MWh nel sud Italia);
Servono, quindi, 240 000 000 impianti da 1 kWp installati in Italia per raggiungere i consumi stimati in Italia. (360 000 000 MWh/ 1,5 MWh);
Moltiplicati ciascuno per 10 mq otteniamo la superficie necessaria = 2 400 000 000 mq = 2 400 kmq;
La superficie dell'Italia è uguale a (301 338 kmq - 7 232, 112 kmq (2,4 % acque)) 294 105,888 kmq;
Con una semplice proporzione troviamo la percentuale di superficie del territorio italiano necessario per soddisfare il nostro fabbisogno energetico con il fotovoltaico:
(2 400 kmq x 100) / 294 195,888 = 0,81% ;
Conclusione:
Se ricoprissimo circa lo 0,81 % della superficie dell'Italia di pannelli fotovoltaici saremmo completamente autonomi energeticamente.
Considerazioni:
E se calcolassimo solo 8 mq/kWp supponendo di ricoprire solo tetti? Basterebbe lo 0,65% della superficie totale;
Il calcolo tiene conto soltanto del solare come fonte di energia: i calcoli si ridurrebbero notevolmente se contassimo il contributo dell'eolico e altre fonti rinnovabili;
Un' altra "fonte" di energia, indiscutibilmente la più pulita, è il risparmio energetico: una fonte di energia sostenibile ed un consumo responsabile sono la combinazione perfetta per abbattere ulteriormente i dati sopra espressi;
giovedì 25 marzo 2010
Gas: Il progetto Nabucco ed il progetto SouthStream:
Da dove arriva il gas per la nostra produzione di energia?
Il progetto Nabucco, dal valore stimato di circa 7,9 miliardi di dollari, prevede la fornitura di gas proveniente dai giacimenti del Mar Caspio, attraverso l'Azerbaigian, la Georgia, la Turchia, la Bulgaria, l'Ungheria, la Romania e l'Austria. Il progetto nasce grazie ai finanziamenti dell'UE per garantire un approvvigionamento di gas sicuro, dopo le tensioni tra Russia e Ucraina (ogni tanto qualcuno spegne il rubinetto...). Un tratto di 2000 km (su una lunghezza totale di 3300 km), passa attraverso il territorio turco. I lavori saranno lancianti nel 2010, e le prime consegne dovrebbero iniziare nel 2014. Il consorzio internazionale per il momento, comprende la turca "Botas," la bulgara "Bulgargas", la romena "Transgas", l'ungherese MOL, l'austriaca MOV e la tedesca RWE. Molte di tali soscietà non appartengono più ai rispettivi Governi dei Paesi partecipanti, bensì sono a tutti gli effetti società private, che agiscono dietro interessi di controllate estere.

Nabucco è in diretta concorrenza con un progetto russo denominato South Stream (anche Eni in collaborazione con Gazprom vi partecipa, e dovrebbe attraversare Russia e Bulgaria passando per il Mar Nero) , ed è sostenuto anche dagli Stati Uniti. I dati tecnici parlano di 31 miliardi di metri cubi di gas che passeranno ogni anno dall’Asia all’Europa, e uno dei principali fornitori sarà l’Azerbaijan, ma non dimentichiamo che anche paesi come Iraq, Egitto e Siria si sono detti pronti ad aderire all’iniziativa.
Il 6 agosto 2009, i premier turco, Erdoğan, e russo, Putin, hanno firmato, alla presenza di Berlusconi e Scaroni, un accordo intergovernativo che permetterà alla condotta di passare nelle acque territoriali turche del mar Nero.

La Turchia intascherà dalla tassa annuale di servizio circa 400 milioni di dollari, oltre alla creazione di molteplici nuovi posti di lavoro . "A differenza del South Stream, che trasporterà solo il gas russo, il Nabucco garantirà gli approvvigionamenti anche in caso di problemi con la Russia , con la possibilità di istradare il gas della regione del Mar Caspio, dell'Azerbaigian, dell'Iraq e dell'Egitto. L'accordo ha rimosso un importante ostacolo per il successo del progetto, afferma Gyorgy Mosonyi , direttore esecutivo del Gruppo MOL.
Considerazioni:
Dunque, dalla Turchia passeranno due condotti "avversari" per portare il gas in europa: uno filorusso e l'altro antirusso. L'Unione Europea, quindi anche l'Italia, ha partecipato al progetto Nabucco. L'ENI , giustamente, però partecipa al progetto SouthStream. "Two is meglio che one". Ma osservate le cartine, guardate che bellezza! due tubi che attraversano le estremità dell'Europa per fare la stessa cosa.
Il progetto Nabucco, dal valore stimato di circa 7,9 miliardi di dollari, prevede la fornitura di gas proveniente dai giacimenti del Mar Caspio, attraverso l'Azerbaigian, la Georgia, la Turchia, la Bulgaria, l'Ungheria, la Romania e l'Austria. Il progetto nasce grazie ai finanziamenti dell'UE per garantire un approvvigionamento di gas sicuro, dopo le tensioni tra Russia e Ucraina (ogni tanto qualcuno spegne il rubinetto...). Un tratto di 2000 km (su una lunghezza totale di 3300 km), passa attraverso il territorio turco. I lavori saranno lancianti nel 2010, e le prime consegne dovrebbero iniziare nel 2014. Il consorzio internazionale per il momento, comprende la turca "Botas," la bulgara "Bulgargas", la romena "Transgas", l'ungherese MOL, l'austriaca MOV e la tedesca RWE. Molte di tali soscietà non appartengono più ai rispettivi Governi dei Paesi partecipanti, bensì sono a tutti gli effetti società private, che agiscono dietro interessi di controllate estere.

Nabucco è in diretta concorrenza con un progetto russo denominato South Stream (anche Eni in collaborazione con Gazprom vi partecipa, e dovrebbe attraversare Russia e Bulgaria passando per il Mar Nero) , ed è sostenuto anche dagli Stati Uniti. I dati tecnici parlano di 31 miliardi di metri cubi di gas che passeranno ogni anno dall’Asia all’Europa, e uno dei principali fornitori sarà l’Azerbaijan, ma non dimentichiamo che anche paesi come Iraq, Egitto e Siria si sono detti pronti ad aderire all’iniziativa.
Il 6 agosto 2009, i premier turco, Erdoğan, e russo, Putin, hanno firmato, alla presenza di Berlusconi e Scaroni, un accordo intergovernativo che permetterà alla condotta di passare nelle acque territoriali turche del mar Nero.

La Turchia intascherà dalla tassa annuale di servizio circa 400 milioni di dollari, oltre alla creazione di molteplici nuovi posti di lavoro . "A differenza del South Stream, che trasporterà solo il gas russo, il Nabucco garantirà gli approvvigionamenti anche in caso di problemi con la Russia , con la possibilità di istradare il gas della regione del Mar Caspio, dell'Azerbaigian, dell'Iraq e dell'Egitto. L'accordo ha rimosso un importante ostacolo per il successo del progetto, afferma Gyorgy Mosonyi , direttore esecutivo del Gruppo MOL.
Considerazioni:
Dunque, dalla Turchia passeranno due condotti "avversari" per portare il gas in europa: uno filorusso e l'altro antirusso. L'Unione Europea, quindi anche l'Italia, ha partecipato al progetto Nabucco. L'ENI , giustamente, però partecipa al progetto SouthStream. "Two is meglio che one". Ma osservate le cartine, guardate che bellezza! due tubi che attraversano le estremità dell'Europa per fare la stessa cosa.
Panoramica sulla situazione energetica italiana
Dati Terna 2008, anche se i dati variano da sito in sito.
- Consumi:
Consumo Italia: 359'163 GWh
Energia comprata dall'estero: 40'034 GWh (11,2%)
Energia richiesta nazionale: 339'480 GWh
Energia persa in rete: 20'443 GWh circa.
Utenti finali: 319'037 GWh
Potenza media richiesta: 42 GW (oscillanti tra 20,2 e 55,2 GW)
- Produzione energia:
Produzione nazionale lorda: 319 129 GWh annui (2008).
72,8% centrali termoelettriche
a gas naturale 66,3%
carbone 16,5%
derivati petroliferi 7,4%
gas derivati 2,1%
fossili e rinnovabili 7,6%
16,1% fonti rinnovabili:
idroelettrica 13,2% (alpi e appennini)
geotermica: 1,5%
eolica; 1,3% (Sardegna, Appennino meridionale, Sicilia)
fotovoltaica; 0,05% (193 GWh)
11,2% importata dall'estero
- Importazioni di gas:
Italia importa il gas da:
Russia;
Algeria;
Libia (vedi gasdotto Greenstream che aumenterà la quota di gas importata dalla Libia, vedi accordi Gheddafi-Berlusconi)
Paesi Bassi;
Norvegia;
quarto importatore mondiale di gas naturale (World Oil and Gas Review)
Stati Uniti 122,75
Germania 90,70
Giappone 76,12
Italia 73,49
Italia il paese europeo (sesto al mondo) maggiormente dipendente dal petrolio per la produzione di energia elettrica
- Consumi:
Consumo Italia: 359'163 GWh
Energia comprata dall'estero: 40'034 GWh (11,2%)
Energia richiesta nazionale: 339'480 GWh
Energia persa in rete: 20'443 GWh circa.
Utenti finali: 319'037 GWh
Potenza media richiesta: 42 GW (oscillanti tra 20,2 e 55,2 GW)
- Produzione energia:
Produzione nazionale lorda: 319 129 GWh annui (2008).
72,8% centrali termoelettriche
a gas naturale 66,3%
carbone 16,5%
derivati petroliferi 7,4%
gas derivati 2,1%
fossili e rinnovabili 7,6%
16,1% fonti rinnovabili:
idroelettrica 13,2% (alpi e appennini)
geotermica: 1,5%
eolica; 1,3% (Sardegna, Appennino meridionale, Sicilia)
fotovoltaica; 0,05% (193 GWh)
11,2% importata dall'estero
- Importazioni di gas:
Italia importa il gas da:
Russia;
Algeria;
Libia (vedi gasdotto Greenstream che aumenterà la quota di gas importata dalla Libia, vedi accordi Gheddafi-Berlusconi)
Paesi Bassi;
Norvegia;
quarto importatore mondiale di gas naturale (World Oil and Gas Review)
Stati Uniti 122,75
Germania 90,70
Giappone 76,12
Italia 73,49
Italia il paese europeo (sesto al mondo) maggiormente dipendente dal petrolio per la produzione di energia elettrica
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